LA TAZZINA DI CAFFÉ

LA MADRE
bozzetti in prosa di Ivan Cankar Ljubljana 1967
Traduzione dallo sloveno di Francesco Husu
 
la tazzina di caffè
Molte volte sono stato ingiusto con le persone alle qualli volevo bene. Tali atti sono come il peccato contro lo Spirito Santo: non ha perdono né in questo né nell'altro mondo. E'incancellabile. Non lo si può dimenticare. Talvolta riposa per anni, come se di esso si fosse spenta ogni eco nel cuore; come se si fose perduto e annegato tra li sconvolgimenti della vita. Poi, all'improvviso, nel bel mezzo di un'ora gioiosa, oppure nel cuore della notte, quando ti desti da sogni di incubo, cade sull`anima un riccordo opprimente, che ferisce e brucia con tale veemenza, come se il peccato fosse stato commesso allora allora. Ogni altro ricordo sarebbe facile da cancellare con il pentimento e con la grazia del perdono, ma non questo. E' come una macchia nera nel cuore e tale rimane.
L' uomo vorrebbe volentieri mentire alla sua anima dicendo: »Ma non è stato affato così! E' stato il tuo irrequieto pensiero a trasformare un'ombra vanescente in notte. Si è trattato di una sciocchezza, di una cosa che capita tutti i giorni, come ne avvengono a cento, a mille dalla mattina alla sera!«
La giustificazione suona falsa e chi è colpevole, avverte per primotale falsità e ne rimane ancora più amareggiato. La colpa resta colpa, o sia stata commessa una volta soltanto, o cento, o sia quotidiana oppure sconosciuta. Il cuore non è codice penale, che si metta a distinguere tra colpe e delitto, tra uccisione e assassinio. Il cuore sa che »il perfido uccide con lo sguardo e l'eroe con la spada«; e più di buon grado concede il perdono alla spada che allo sguardo.
Ma il cuore non è neanche un catechismo, per distinguere tra pecati veniali, mortali e capitali, giudicandoli secondo parole e segni del tutto esteriori. Il cuore è un giudice giusto e infallibile. Giudica e condana il peccatore tenendo conto di un gesto quasi impercetibile e di uno sguardo fugace, di cui non si è accorto quasi nessuno; di un pensiero appena configurato nella mente e mai espresso; tenendo conto addirittura del passo e del modo di ussare alla porta e perfino del modo di sorbire il tè. Pochi sono i peccati scritti nel catechismo e non sono i più importanti. Se il cuore fosse il confessore, lunga e terribile sarebbe ogni confessione!
Si può perdonare il peccato che si può rivelare con la parola e cancellare con la penitenza. Grave invecce e opprimente e che fa sanginare fino all'ultima ora è il peccato rimasto nel cuore simile a un ricordo senza parole e senza una forma precisa. L'uomo lo confessa e lo rippete solo a se stesso quando nel cuor della notte spalanca gli occhi all'oscurità, sentendolo come un lenzuolo teso su di lui, ma pesante come un macigno.
»Non ho rubato, non ho ucciso, non ho fornicato: la mia anima è monda!«
Bugiardo! Non ti è capitato mai di sbucciare una mela accanto a chi aveva fame e lo hai guardato in viso senza provare vergogna? Era peggio che se avessi rubato o ucciso o fornicato! Il cuore, giudice giusto, perdonerà più facilmente all'assassino che, andando al patibolo, ha steso la mano per accarezzare un bambino che piangeva, che a te che ti senti puro! Perchè il cuore non conosce piccolezze e non si regola secondo i paragrafi del codice.
Quindici anni fa erro tornato a casa e mi fermai appena tre settimane. Tutto quel tempo fui sconfortato e di pessimo umore. La nostra casa erra povera e priva di tutto. Su di noi, mi pare, gravava un'atmosfera pesante e fredda, simile ad una nebbia umidiccia e raggelante.
Le primi notti dormii nella cameretta: più d'una volta mi accadde di svegliarmi e allora mi accorsi che nostra madre aveva lasciato il letto per andarsi a sedere al tavolo di cucina. E rimaneva immota come se si fosse assopita; premeva le palme contro la fronte, il suo volto bianco era quasi luminoso, anche se la tenda copriva la finestra e fuori, in cielo, non ci fossero né la luna né le stelle. Ascoltavo con attenzione e capivo chiaramente che il suo non era l'ansimare di uno che dorme, bensì il singhiozzare sommesso e represso di chi piange. Mi coprii fin sopra la testa: ma anche attraverso il lenzuolo e perfino nel segno continuavo a sentire i suoi singhiozzi.
Mi trasferii nella soffitta per dormire sul fieno. Raggiungevo questo mio nuovo allogio arrampicandomi su per una scaletta ripida e traballante; mi preparavo il giaciglio col fieno e davanti alla porta che dà sul vicolo, avevo sistemato il mio tavolo di lavoro. L'orizonte che avevo davanti a me era una parete grigia e ruvida. In preda alla malavoglia, sotto il peso delle prime oscure preoccupazioni, lavoravo allora alla stesura delle mie prime novelle amorose. Mi costava tanto guidare i pensieri verso i bianchi sentieri, attraverso prati in fiore e campi odoranti di primavera, pur di evadere da me stesso e dalla mia vita.
Un giorno mi prese il desiderio di una tazzina di caffè. Non so come me ne venne l'idea: so che la desiderai ardentemente. Forse propio perché sapevo che in casa non c'era neanche il pane; di caffè nepure parlarne. Ma l'uomo, in preda alla sconsideratezza, è malvagio e spietato. La mamma spalancò gli occhi e mi guardò smarrita, ma non proferì parola. Seccato e senza salutarla, risalii alla mia soffitta, per continuare a scrivere come si amavano Milan e Breda e come i due erano contenti e felici.
»Mano nella mano, tutti e due giovani, illuminati dal sole mattutino e lavati dalla rugiada...«
Dai miei pensieri mi distolsero dei passi lenti su per su per la scaletta. Arrivò la mamma: muoveva lenta i passi, badando dove metteva il piede e in mano portava una tazzina di caffè. Ora ricordo che era bella come poche volte l'avevo vista. Attraverso la porta filtrava un luminoso raggio del sole di mezzodì, finendo diritto negli occhi di lei: ed erano occhi più grandi e più limpidi del solito, tanto che una luce di cielo irradiava da essi e in quella luce c'era tutta la sua dolce e muta bontà e tutto il suo amore. Le labbra le sorridevano come ad un bimbo che ti porge il dono.
Mi volsi verso di lei e con voce cattiva le dissi:
»Lasciatemi in pace!... Ora non ne ho più voglia!«
Non era ancora arrivata in cima alla scaletta, sicché io la vedevo dalla vita in su. Udendo le mie parole non si mosse; solo che la mano che reggeva la tazzina fu percorsa da un tremito. Mi fissò terrorizzata e la luce nei suoi occhi si andò lentamente spegnendo.
Dalla vergogna il sangue mi salì sulle guance e con passo deciso mi avvicinai a lei. »Madre, date pure!« Era tardi. Nei suoi occhi non c'era più luce e sulle sue labbra era morto il sorriso. Bevvi il caffè e sorseggiandolo andavo dicendo tra me e me: »Stasera le dirò quelle parole, quelle dolci parole delle qualli stamane ho defraudato il suo cuore...« Ma non gliele dissi né quella sera né il giorno dopo e nemmeno quando ripartii per i miei studi.
Tre o quatro anni dopo, una donna straniera mi portò il caffè in camera. Fu allora che mi sentii folgorato e che nel cuore avvertii come una pugnalata, da farmi gridare dal dolor. Perché il cuore è giudice giusto e non perdona certe piccolezze.